Artigianalità del vino e tutela del territorio.

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17 Aprile 2016 – Referendum popolare Anti Trivelle.

Artigianalità del vino, partiamo da qui, o meglio, da Live Wine 2016, la seconda edizione del salone internazionale di Milano dedicato al vino artigianale. Un evento che mi ha permesso di trasformare un uggioso fine settimana di Marzo, in un occasione speciale ricca di assaggi e di incontri con amici produttori.

Vino artigianale, una definizione da molti percepita come una moda. Personalmente non credo nelle mode quando si parla di produzioni. L’artigianalità, di fatto, indica un prodotto non industriale, in cui ogni fase della lavorazione, dalla vigna alla cantina, è influenzata oltre che da fattori naturali, dall’esperienza e dall’abilità del produttore. Detto questo, non è detto che un vino artigianale sia sempre buono. E’ semplicemente un prodotto che esprime le capacità di chi ne segue l’evoluzione, nel rispetto e nella tutela del territorio da cui ha origine. Un dovere e una responsabilità che coinvolge tutti, ora più che mai.

Questa premessa per riallacciarmi ad una questione molto seria, discussa tra una degustazione e l’altra a Live Wine. Mi riferisco alla campagna di sensibilizzazione relativa al progetto che punta ad impedire le attività di trivellazione di ben 101 km² nel territorio marchigiano. Perforazioni a 4000 metri con rischi ambientali e possibili fenomeni sismici. Ho un amico nel “Comitato No Trivelle nel Piceno”, Rocco Vallorani, un giovane viticoltore che, insieme ad altri produttori, sta opponendo resistenza alla realizzazione del metanodotto Cellino – Sant’Elpidio e al Progetto Santa Maria Goretti. Purtroppo, non l’unico caso di trivellazioni per la ricerca di idrocarburi nei mari italiani. Una questione su cui verremo chiamati a decidere il 17 Aprile 2016 attraverso un referendum popolare di tipo abrogativo.

Per difendere il nostro mare dobbiamo votare SI. Con il consenso di almeno il 50% più uno degli aventi diritto, si impedirà che alcune società petrolifere estraggano idrocarburi entro le 12 miglia delle coste italiane. #notriv

Per capire meglio la questione e lo stato attuale delle cose, passo la parola a Rocco Vallorani.

Cinzia, circa un anno fa ci è letteralmente caduta addosso una concessione chiamata “Santa Maria Goretti”, che prevede l’installazione di impianti di estrazione di idrocarburi su 101 km quadrati nell’area più vocata per la viticultura picena, quella della DOC “Rosso Piceno Superiore”. La ditta autorizzata (Apennine Energy spa), è una Società per Azioni creata ad hoc da una multinazionale dell’energia (Sound Oil) che ha ottenuto i permessi per trivellare sulle nostre colline anche “oltre i 500 m. slm”, e di perforare il suolo fino a 4500 m. Questi impianti di estrazione prevedono l’installazione di ciminiere alte oltre i 50 metri, con, in cima, 10 metri di fiamma perenne, l’immissione di migliaia di metri cubi di fanghi di estrazione contenenti sostanze tossiche e radioattive che si diffonderanno nelle nostre falde acquifere, e il passaggio di decine e decine di camion ogni giorno sulle nostre strade, che a malapena superano indenni un acquazzone. L’estrazione di idrocarburi, oltre ad avere un impatto terrificante a livello paesaggistico, si ripercuoterebbe nocivamente su tutto il territorio: aumento del rischio sismico ed idrogeologico, consumo del suolo, inquinamento acustico, atmosferico e delle falde acquifere. Il Piceno rappresenta in piccolo quello che è successo in Italia; per molti anni si è puntato sull’industria manifatturiera e l’emersione economica dei paesi dell’est Europa, America Latina ed Asia, ci ha condotto ad una crisi dalla quale tutt’ora stentiamo a uscire.

Anche se in ritardo, ci stiamo finalmente accorgendo che il nostro genius loci non è rappresentato dall’industria, ma dalla cultura, dal turismo e dalle eccellenze del territorio, rappresentate in particolar modo dai prodotti agricoli. La valorizzazione del Piceno non può essere affidata semplicemente ad una campagna pubblicitaria, perché è il frutto del lavoro di tante persone che costantemente si impegnano, con le proprie abilità, a far emergere le eccellenze che il nostro territorio può offrire. Mi riferisco ai colleghi vignaioli, ai ristoratori, agli artigiani, ai gestori di strutture ricettive, fino alle merlettaie, che con pazienza tessono i fili delle loro opere nelle suggestive rue di Offida. L’agricoltura, in particolare quella biologica, è tra i settori trainanti nella valorizzazione del Piceno. Grazie ad esso viviamo in un territorio rurale e salubre che ci permette un’aspettativa di vita tra le migliori, non solo a livello nazionale. Ogni anno decine di nuove aziende agricole si affacciano con successo sul mercato, anche grazie all’aiuto della regione Marche, che, attraverso fondi della Comunità Europea, ha investito centinaia di milioni di euro nell’agricoltura Picena. Un ricchezza che arriva a tutta la comunità, creando posti di lavoro, mantenendo la bellezza e la ruralità dei territori, promuovendoli e contribuendo così alla valorizzazione degli stessi.

Il progetto “Santa Maria Goretti” oltre a mettere a rischio la salute di tutte le persone del Piceno, porterà ad un crollo del turismo e del valore dei prodotti locali. Quale turista verrebbe in un agriturismo di fronte ad un impianto di estrazione? Quale importatore vorrebbe acquistare del vino biologico prodotto in un’area dove si respirano idrogeno solforato, nitrati, composti organici volatili (VOC) ed idrocarburi policiclici aromatici derivanti dalle perforazioni? Perché dovremmo respirarli noi mettendo a rischio la nostra salute? Considerando anche i rischi di incidenti catastrofici che potrebbero verificarsi (esplosioni, fughe di gas e liquidi tossici ed infiammabili, ecc , indicati persino nel progetto della società autorizzata). Chi potrebbe autorizzare un’operazione del genere? Varrebbe veramente la pena accettare tutto ciò per raccogliere le briciole che ci lascerebbero queste società create ad hoc per queste operazioni? Il Piceno, così come tutte le altre zone d’Italia, può e deve vivere di agricoltura, di eccellenze, di turismo e di cultura. Ovviamente il nostro non può essere che un no deciso a questo scellerato progetto e a tutti quelli previsti in Italia, siano essi in mare o in terra. La valorizzazione del territorio implica anche la difesa dello stesso da tutto ciò che può stravolgere il suo equilibrio, peggiorandone le condizioni. Per questo, crediamo che tutti i cittadini debbano far sentire la propria voce in questa battaglia. Ed è altresì importante che gli amministratori, per il rispetto nei confronti dei cittadini che in loro hanno riposto la fiducia, si schierino in maniera netta al nostro fianco nella difesa del bene comune.

Per difendere il nostro mare dobbiamo votare SI al fermo delle trivellazioni. #notriv

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